Olanda e altre rivoluzioni

Arriva sempre un giorno, per chi ama il calcio, in cui ti chiedi quale sia stata la squadra più forte di tutti i tempi. Non parlo di nazionali, quelle già sono una selezione, una selezione tra i migliori giocatori di un paese. Se poi il paese è la Spagna di questi anni, il Brasile di Pelè o l’Argentina di Maradona, vincere il mondiale diventa quasi un gioco da ragazzi. Mi riferisco ai club, le squadre che se vogliono fare la selezione dei più forti devono fare anche la selezione degli imprenditori, quelle che magari partono dalle serie minori e poi nei decenni diventano simboli, con stadi che si tramutano in templi. E poi metti che FIFA o PES rimettono l’opzione di scegliere grandi team del passato, chi scegli per fare bella figura?

Magari i più forti sono ancora loro, quei ragazzi magri e con i capelli lunghi che si allenavano ad Amsterdam nei Seventies. L’Ajax, quelli che hanno inventato il calcio totale, quelli che lo hanno reso più veloce, più atletico, più istintivo.  Tre coppe campioni di fila, nessuno ci era mai riuscito. Poi c’era lui, Cruijff, tre palloni d’oro, era una squadra da solo. Ma erano in 11 che diventavano inarrestabili: tutti facevano tutto. Se si era in difficoltà tornavano tutti, se si attaccava anche i difensori spingevano. Non sembrano cose rivoluzionarie a noi, ma in quegli anni, dopo decenni dominato dalla lentezza e dal rigore tattico, quella squadra era una mina vagante. E che mina.

Qualche anno dopo, un signore calvo si ispirò al calcio totale per plasmare una nuova squadra schiacciasassi. Era Arrigo Sacchi, l’anno era il 1987 e la squadra era il Milan. Dopo qualche difficoltà i Rossoneri diventarono la squadra più forte del mondo, una rivoluzione anche quella dato che non molto prima il Milan aveva militato in Serie B. Ancora una rivoluzione, ancora dall’Olanda. Quei tulipani, Van Basten, Rijkaard e Gullit, guidati da Sacchi e da Capello poi,  portarono il club lontano, fino a renderlo uno tra i più titolati al mondo: quattro campionati, tre coppe campioni e due coppe intercontinentali in meno di sei anni. L’addio prematuro di Van Basten e altri piccoli drammi portarono alla fine di un ciclo che, però, nessuno potrà mai scordare. Le lacrime del Duro Fabio durante il giro di campo di addio del Cigno di Utrecht testimonia tutto questo.

Infine ci sono loro, gli extraterrestri dei nostri giorni che abitano al Camp Nou. Non è un caso che la Spagna campione d’Europa e poi del mondo sia targata Barcellona. Il gioco è lo stesso, manca la Pulce, si, ma è sufficiente a garantire passeggiate in giro per il mondo. Figuriamoci se poi c’è Messi. In questi ultimi anni non c’è stato niente per nessuno, solo il generale Mourinho è riuscito nell’impresa, durante la penultima eduzione della Champions League. Il loro è un’ulteriore evoluzione del calcio totale, e questa volta l’Olanda non conta.  Conta invece la velocità, tutti aiutano tutti e soprattutto c’è un giro di palla velocissimo, passaggi orizzontali e tanta, ma tanta, tecnica. Cosi hanno raggiunto risultati immensi, un gioco cristallino e ormai gli scaffali per i trofei iniziano ad essere troppo pieni: dal 2005, cinque titoli nazionali, tre Champions League, una mondiale per club e presto dovrebbe arrivarne un’altra.

Forse non esisterà mai il club più grande di tutti. Il calcio, come le donne, come il cinema, è una bellezza e quindi un mondo soggettivo. L’importante è che ci sia sempre una squadra che fa innamorare anche chi tifa altra gente, altri team. Certe donne sono troppo belle per non essere amate, e certi film troppo belli per non essere visti. Non si può non ammirare le magie dei Blaugrana, non si può negare il mito di Cruijff.
Non possiamo sapere chi sarà il prossimo Messi, il nuovo condottiero che come Sacchi porterà una squadra nell’Olimpo del Calcio. Noi aspettiamo, e per quanto riguarda la scelta a FIFA seguiamo il cuore.

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